Pastorella (Azione): parliamo di data center

Pastorella (Azione): parliamo di data center

Giulia Pastorella è cofondatrice di “Azione”, vice presidente nazionale del partito, deputata alla Camera e capogruppo presso il consiglio Comunale di Milano. 

È la prima firmataria di una legge delega che riconosce formalmente i data center come progetti di pubblica utilità indifferibili e urgenti, ponendo le basi per un quadro normativo uniforme in un settore considerato strategico per lo sviluppo digitale del Paese. Il testo ha ottenuto il via libera da parte della Camera dei Deputati a marzo 2026, raccogliendo un consenso trasversale tra le forze politiche. Dovrà adesso ottenere l’approvazione del Senato.

L’abbiamo intervistata in una pausa dei lavori parlamentari d’aula.

Partiamo dalle basi. Che cosa è un Data Center?

Un data center è come un grande computer o meglio un edificio che contiene tanti computer.

Non è qualcosa di nuovo, i data center esistono da diverso tempo. Chiunque di noi abbia ad esempio salvato una foto, mandato un messaggio, fatto un accesso tramite Spid, consultato un referto online, ha fatto appello a un data center. I data center sono le strutture che permettono al cosiddetto “cloud” di funzionare e sono fondamentalmente dei computer che possono stoccare, conservare o elaborare dei dati. Infatti sono anche chiamati in italiano centri elaborazione dati.

Pochi giorni fa La Repubblica titolava un articolo del collega Pietro Piga: “La metropoli dei data center: da Rho a Lacchiarella, nei piani delle Big Tech saranno 42 nel 2028”. Nel catenaccio aggiungeva “altri 29 progetti per centri di elaborazione dati sono in fase di approvazione”. Stiamo parlando della sola area metropolitana milanese, un’area che raccoglie poco meno del 60% del totale dei progetti. Non sono un po’ troppi?

Intanto bisogna distinguere tra le richieste di progetto e l‘effettiva realizzazione degli investimenti. Molto spesso le stime sono basate sulle richieste di connessione alla rete elettrica di Terna (che costa solo poco piú di 2000 euro), ma di quelle connessioni ne vengono poi effettivamente realizzate solo circa un decimo, se non meno. Concretamente, a fronte di oltre 100 GW di richieste di potenza legate all’apertura di data center, gli impianti oggi realizzati impegnano effettivamente circa 2 GW.

Lo stesso vale, ad esempio, per le fonti rinnovabili: a fronte di circa 311 GW di richieste di connessione, la capacità effettivamente impegnata è nell’ordine di 12 GW. Se considerassimo tutte le richieste di connessione come progetti destinati a essere realizzati, avremmo sulla carta una capacità molte volte superiore a quella che viene poi effettivamente installata nel nostro Paese. Quindi, prima di concludere che i data center previsti siano troppi, bisogna distinguere tra la mole delle richieste presentate e i progetti che arriveranno concretamente a realizzazione. 

Possiamo dire apertamente che è in corso una grande speculazione; ci sono immobiliaristi, intermediari, società create appositamente per immettersi in questo mercato molto redditizio ma senza avere veramente le competenze o le risorse per realizzare le opere.

Perché i progetti vengono prioritariamente in Lombardia? Perché è qui che c’è la domanda. I data center, sia quelli già esistenti sia quelli di nuova realizzazione, tendono a concentrarsi dove c’è maggiore domanda, perché è proprio la domanda di capacità di calcolo e di servizi digitali a determinarne la localizzazione.


NdR: l’on. Pastorella ci segnala i dati effettivi relativi al rapporto richiesta/realizzazione dell’opera che sono liberamente consultabili attivando questo link: 

https://dati.terna.it/econnextion#fonti-rinnovabili


Qual è la procedura che porta all’autorizzazione pubblica necessaria alla costruzione di un Data Center?

Questo è il grande tema. Quando ho cominciato a occuparmi di data center non esisteva una procedura chiara, le tempistiche erano molto lunghe e confuse e molto spesso i comuni si trovavano a dover negoziare caso per caso, venendo rimbalzati da un ministero all’altro. 

Adesso, anche in seguito alla spinta del Parlamento con la legge a mia prima firma e con il nuovo “Decreto Bollette”, esiste un iter autorizzativo più chiaro, che permette di portare avanti parallelamente le pratiche edilizio-urbanistiche e la valutazione di impatto ambientale. In alcune regioni, come la Lombardia, sono state introdotte anche delle norme e linee guida regionali che dettagliano il percorso ma, chiaramente, non sono uniformi a livello nazionale.

E’ un iter che coinvolge i Comuni, in particolare per la pianificazione urbanistica, ma manca, a mio modo di vedere, un coinvolgimento obbligatorio della cittadinanza. In alcuni casi la cittadinanza è stata tenuta completamente all’oscuro della portata del progetto. Io ritengo che in questo iter autorizzativo debba anche esserci un passaggio di informazione, di discussione  per coinvolgere al massimo gli enti locali.

Le comunità locali, le amministrazioni comunali e i comitati cittadini sono tagliati fuori? Mi pare che non abbiano alcun potere ostativo o confermativo. 

No non sono tagliati fuori: gli enti locali, come la Provincia e i Comuni, hanno naturalmente voce in capitolo per quello di loro competenza. La cittadinanza, invece, è rappresentata dai propri amministratori locali e può far sentire la propria voce anche attraverso i comitati cittadini, ma non interviene direttamente nell’iter. Il sindaco può fare delle valutazioni motivate anche di tipo ostativo e negoziare delle compensazioni e investimenti sul territorio, per esempio.

Un esempio concreto è il comune di Travagliato, in provincia di Brescia, dove è stata proprio la Provincia che ha detto no a un certo progetto di data center perché non c’erano i presupposti corretti per la realizzazione. È un esempio, ma ci sono stati altri casi del genere altrove.

Ciò che abbiamo ritenuto utile fare a livello nazionale è  aiutare i Comuni nella fase di negoziazione degli oneri che questi progetti portano al territorio oltre che di tutti gli aspetti non legati solo alla pianificazione urbanistica, che é piú strettamente di loro competenza.

Poi ci sono dei data center considerati invece strategici, per investimenti superiori a 1 miliardo di euro, che sono gestiti dall’ Unità di missione attrazione e sblocco degli investimenti del Ministero per le Imprese per il Made in Italy, e hanno un iter diverso e separato gestito appunto a livello centrale con un commissario. La critica che io faccio a questo Governo è che hanno creato una scorciatoia per i progetti da un miliardo o più di euro attraverso questa unità speciale del MIMIT, mentre credo che in realtà bisognerebbe che tutti i progetti, anche quelli più redditizi, passassero per gli stessi paletti stabiliti a livello nazionale senza alcun trattamento privilegiato.

E’ opinione diffusa che un Data Center sia invasivo per il territorio che lo ospita. Elevatissimi consumi di acqua per il raffreddamento degli impianti, consumi di energia rilevanti, aumento della temperatura esterna in prossimità della struttura, rumorosità sostenuta e continua. Leggende metropolitane ormai superate dalla tecnologia oppure realtà?

In parte leggende, in parte realtà. Sul consumo d’acqua più che leggende sono criticità sorpassate, la tecnologia che divora e sperpera acqua è una tecnologia sorpassata. Ormai i nuovi data center sono a raffreddamento a circuito chiuso  E’ come il riscaldamento di casa in cui la stessa acqua riscalda i termosifoni per tutto l’inverno, per fare un paragone un po’ semplicistico. 

Si va velocemente verso nuove tecnologie, per esempio verso sistemi che raffreddano direttamente i chip stessi, invece che l’aria attorno ai server. La tecnologia è in costante evoluzione, il tema dell’acqua credo sia oramai superato. 

Al contrario, il tema del rumore è un tema vero che persiste. Su questo però esistono già normative nazionali e locali che pongono dei limiti, anche molto stringenti. ARPA è deputata a controllare i livelli di rumore, ovviamente c’è bisogno che le sanzioni eventualmente comminate, nei casi in cui il rumore  sorpassi le soglie, siano adeguate rispetto all’investimento. Se è un investimento di un miliardo o due miliardi è ovvio che una sanzione di qualche decina di migliaia di euro non fa assolutamente nulla; è un tema di enforcement dei limiti già esistenti. 

Per quanto riguarda l’utilizzo di energia, è giusto essere molto chiari. I data center utilizzano molta energia – anche se sul totale mondiale parliamo di meno del 3%. La vera domanda da porsi non è quanta energia utilizzino, ma da dove viene questa energia. È energia da fonti rinnovabili? Da fonti fossili? Questo può fare la differenza. 

Inoltre, di solito l’energia che alimenta i data center viaggia sull’alta tensione, quindi non sul circuito energetico che serve i cittadini.  Si è parlato tanto di blackout in Lombardia, ma i grandi data center in quel caso non c’entravano nulla perché  sono allacciati all’alta tensione, mentre i blackout in questione  erano fallimenti della bassa tensione. 

Da ultimo il tema del calore, è un tema reale perché questi sistemi di raffreddamento non assicurano che le temperature restino costanti. Nella legge nazionale è previsto di utilizzare il calore prodotto incanalandolo laddove possibile in sistemi di teleriscaldamento che riutilizzino il calore dei data center per riscaldare le case invece di disperderlo. 

Ci sono esempi virtuosi in questo senso: da Rozzano, dove si riscaldano case popolari Aler, al Municipio 6 di Milano dove è in funzione un impianto di A2A. Alcuni Paesi, come la Germania per esempio, hanno reso obbligatorio per i data center il riutilizzo del calore prodotto con la creazione di impianti di teleriscaldamento. In Italia non è sempre possibile attuare questa soluzione, perché sono necessarie infrastrutture che attualmente non esistono ovunque, e vanno quindi costruite,  però rimane una buona pratica che io auspicherei di utilizzare. 

Finisco su un aspetto che è quello dell’impatto sul territorio visto in relazione ad altre possibili attività produttive alternative. Se invece di un data center ci fosse un centro di logistica l’impatto sul territorio sarebbe minore o maggiore? E che tipo di impiego poi porterebbe un centro di logistica rispetto a un data center? 

Un’altra leggenda racconta che il data center non porta occupazione. E’ vero che, dopo la costruzione della struttura, la manutenzione del data center ha bisogno di un numero ridotto di personale – che comunque é rilevante. Per esempio a Rho il nuovo data center in programma costruira’ una palazzina di 4 piani per ospitare il personale che lo gestira’. Ma è anche vero che i servizi che si costruiscono grazie alla capacità di quel data center, invece, creano occupazione ad alto valore aggiunto. Inoltre, la presenza del data center a servizio delle imprese del territorio porta le stesse imprese ad essere più produttive e, quindi, porta a un miglioramento complessivo della nostra economia. L’impatto diretto forse è limitato, ma l’impatto indiretto è un impatto ad alto valore aggiunto.

Molti sindaci attendono con ansia la costruzione dei Data Center perchè si attendono compensazioni finanziarie rilevanti erogate dalle società che li gestiranno. Ma per alcuni cittadini questo è il classico caso della “toppa che è peggio del buco”. Risolvo un problema del passato aprendo un nuovo scenario urbanistico. Serve una buona dose di sano realismo finanziario oppure è corretto arroccarsi su una questione di principio?

Io penso che i Comuni abbiano ragione a richiedere e ottenere le giuste compensazioni. Non si tratta di cercare di estorcere  più soldi possibili, ma di ottenere  i giusti oneri di urbanizzazione, quello che è dovuto. 

Non direi che i data center sono attività da sfruttare per sistemare le finanze del comune, però se queste infrastrutture possono fornire delle compensazioni adeguate, perché non chiederle? Il problema si pone, invece, quando il data center si trova sul confine tra due Comuni, e uno solo di essi   beneficia delle compensazioni, mentre i potenziali effetti ricadono anche sul comune limitrofo. In questo senso la città metropolitana di Milano nel suo PTM aveva già proposto di mettere al tavolo anche i comuni limitrofi, ma una regia nazionale potrebbe aiutare meglio non solo a evitare l’eccessiva concentrazione ma anche a capire come redistribuire queste compensazioni, che sicuramente per un Comune di piccole dimensioni sono di entità rilevante e incisiva.

Viviamo un periodo caratterizzato dalla paura di un possibile conflitto internazionale. In caso di guerra (convenzionale e non) i Data Center sarebbero i primi target, obiettivi strategici perfetti per ridurre velocemente la capacità di difesa globale di una nazione. Inserirli all’interno di un contesto urbano potrebbe rivelarsi controproducente. Perchè i gestori non cercano soluzioni più isolate e maggiormente sicure per i cittadini?

I data center potrebbero essere  una delle tante infrastrutture strategiche oggetto di attacchi di un attore malevolo, insieme agli  aeroporti, i porti, le stazioni ferroviarie, le centrali elettriche… L’abbiamo visto in Ucraina come anche le centrali energetiche siano state nel mirino degli attacchi. 

Quindi dire che i data center in particolare saranno i primi obiettivi è forse fuorviante. Sicuramente sono infrastrutture strategiche, ma non è detto che attaccarne uno significhi bloccare tutto il Paese.

Prendiamo l’esempio del sistema ferroviario: se  attacchi una stazione tendenzialmente riesci a bloccare l’intera linea ferroviaria.  I data center, invece, hanno sempre ciò che  chiamiamo una “ridondanza”, sia nei componenti fisici che in quelli immateriali. Tradotto, c’é un ‘doppione’ di tutto. 

Perché non metterli in zone remote, chiedono alcuni? Esiste il problema della latenza, ovvero quanto tempo ci mette l’informazione elaborata in un data center per arrivare a chi la richiede. Molto spesso è indispensabile che il ritorno sia il più immediato possibile. 

Non parliamo delle nostre richieste quotidiane a ChatGpt, come una ricetta della torta o l’itinerario di un viaggio. Parliamo, per esempio, delle operazioni chirurgiche supportate dall’intelligenza artificiale, parliamo della robotica nelle aziende che deve essere precisa al millisecondo, parliamo insomma di applicazioni che hanno bisogno di grandi capacità e minima latenza.

Inoltre, molto spesso nelle zone remote le precondizioni per l’installazione di un data center, quindi la connettività e la disponibilità di energia, non sono presenti. Fanno eccezione alcuni casi come il Data center in una miniera tutt’ora attiva in provincia di Trento, unicum attorno a cui si sviluppera’ tutto un ecosistema di innovazione davvero promettente.

Questo aiuta anche a capire per quale motivo in realtà ai costruttori di data center non convenga costruire  su suolo vergine o, come dice qualcuno, all’interno dei parchi naturali, ma convenga  invece investire in zone industriali dismesse. Queste aree, infatti,  dispongono già di connettività, energia ed altre infrastrutture che servono. I comuni possono beneficiare invece del fatto che queste aree hanno spesso bisogno di bonifiche costose, ma che nel modello di investimento i costruttori di data center possono permettersi, mentre altre attivita’ con margini piú bassi no.

Limitare lo sviluppo dell’IA è un’illusione, nella storia la ruota del progresso non ha mai girato all’indietro. Riusciremo a regolamentarne l’uso o siamo partiti con troppo ritardo alla ricerca di un equilibrio virtuoso?

No, non siamo partiti in ritardo. Anzi, direi che in Italia il fatto di essere un po’ in ritardo sullo sviluppo dei data center ci permette uno sviluppo  più ragionevole, più controllato a e pianificato, evitando alcuni degli eccessi che si vedono negli Stati Uniti o che abbiamo visto in altri paesi europei che sono arrivati prima di noi, come l’Irlanda. 

Dal punto di vista infrastrutturale, quindi, il ritardo è un vantaggio. Sul fronte della governance globale, invece, si stanno compiendo  degli sforzi  per proporre uno sviluppo  in linea con i nostri valori, senza dover necessariamente rallentare. La domanda non è se in Occidente riusciremo a compiere questo sforzo. La domanda è piuttosto a se il resto del mondo si adatterà a quella visione, a quelle regole, a quella richiesta di trasparenza e di controllo. E questo è tutto da vedere. 

C’è chi dice che l’intelligenza artificiale vada regolata come il nucleare, riferendosi nello specifico alle armi nucleari, per ridurre il rischio di proliferazione malevola. In realtà i due temi  non sono paragonabili: l’intelligenza artificiale è molto più diffusa, ha  costi di ingresso molto più bassi, ed è difficile da “distruggere”, a differenza di un sito di arricchimento dell’uranio, che si può colpire.

Occorre dunque trovare una governance globale, essendo consapevoli che la materia è molto scivolosa e immateriale, pur avendo nei data center un risvolto concreto e materiale. Quindi favorire uno sviluppo sostenibile dei data center i è sicuramente il primo passo e il più semplice da compiere al momento.  Il compito più arduo sarà quello di trovare un framework internazionale che sia accettabile per tutti gli attori a livello globale riguardo allo sviluppo  delle applicazioni di intelligenza artificiale.

Un passo positivo lo ha fatto pochi giorni fa Trump…

Non credo alle mie orecchie…

Aggiungo che raramente posso dire di essere d’accordo con qualcosa che fa Trump, però il fatto di aver portato al tavolo pochi giorni fa i CEO delle maggiori aziende di intelligenza artificiale americane e occidentali, è stato un buon primo passo. Poi bisognerà a vedere come tutto questo si concretizzerà, ma la direzione è giusta.

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